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02/03/2015

Confronti: “Le donne che si parlano in silenzio” raccontate da Gianni Manghetti

Roma (Confronti) “Lacrime asciutte”racconta di un paese della Toscana, tra la prima e la fine della seconda guerra mondiale, e delle donne della sua comunità. Una narrazione che, per la condizione sociale dei protagonisti – gli abitanti dei “Casalini”, i più miseri del paese – assume un innegabile valore documentario ed e la testimonianza di un mondo che la modernizzazione degli anni Cinquanta ha poi spazzato via, nel bene e nel male. Molti gli elementi significativi: la battaglia continua per il sostentamento della famiglia, con gli uomini “a portare a casa” e le donne “a mettere insieme pranzo e cena”, sempre responsabili in prima persona di quello che si troverà nel piatto; i mestieri antichi come lo stagnaro e lo spaccapietre, con l’emergere di una coscienza di classe nei primi, pochi operai; le disgrazie e le malattie, sempre senza rimedio, sempre devastanti per l’intero nucleo familiare. Tutto questo nella cornice della “grande” storia: il referendum del giugno 1946 e il voto alle donne; la riforma agraria e l’Ente maremma; le nuove industrie e il piano Fanfani per la casa. Tutte occasioni dall’impatto imprevedibile, più perturbante che risolutivo.

Fin qui il libro come documento.  Il testo è, però, molto altro. Nella prima pagina si presenta il narratore: è uno dei bambini di allora, uno degli ormai pochi testimoni del faticoso e dolente vivere delle donne dei “Casalini”, che sente in modo imperativo il compito di trasformare quelle antiche esistenze in “frammenti vivi”, sente il bisogno di farle risorgere nella scrittura. La scelta di parlare dal versante femminile, indicata già nel sottotitolo (le donne piangono dentro), è opzione originaria e costitutiva del testo, non solo perché le donne sono protagoniste – ogni capitolo ha per titolo il nome di una di esse – ma perché e il loro modo di stare al mondo, è la necessità che le piega, sono le risposte con cui le fanno fronte, che costituiscono il tema continuo della narrazione. La forte motivazione etica a fare memoria si converte, nella scrittura, in uno sguardo d’amore: le impressioni e i ricordi del bambino alimentano la consapevolezza dello scrittore adulto e gli permettono di rivisitare dal di dentro questo mondo di donne, portando alla luce una molteplicità di piani, la verità di emozioni e momenti. I dolori e la fatica che occupano la loro vita hanno asciugato parole e nascosto lacrime: non c’è spazio per piangere, né per dire e chiedere, perché tutto, delle altre e di sé, è già conosciuto da ognuna di loro. Allora basta anche uno sguardo che sembra vuoto, degli occhi di uno spento colore grigio topo – ma che, a volte, si dice siano stati anche azzurri – per ricordarsi di quante pene è carica da sempre quella vita; o basta chiamarsi solo per nome incontrandosi – saluto, presenza, accettazione di una comunità di pena – per attivare una profonda comunicazione di sentimenti.

E proprio su quest’economia di espressione che lavora la scrittura, trovando nel non detto dei silenzi e degli sguardi, in immagini fugaci come “il sorriso più svelto del filo dell’acqua”, la dimensione espressiva della pietosa complicità che lega la vita e la storia di queste donne. Aver trovato la voce interna, con cui esse hanno imparato ad esprimersi e a vivere la relazione tra loro, è il primo pregio del testo. Accanto a questa lingua del dolore, l’autore dà luce alla capacita delle donne dei Casalini di pensare oltre il dato fermo della realtà. Se per gli uomini ci sono solo i bisogni primari da soddisfare, in esse vive, malgrado tutto, la tensione alla ricerca di condizioni meno degradate, con una qualche aspirazione al bello, non fosse altro che la foto di un attore appesa al muro. La possibilità di immaginare, un atteggiamento desiderante, l’autore li coglie soprattutto nelle giovani donne, le figlie, che anche davanti o dentro una tragedia mantengono guizzi di curiosità per la vita e una sensualità non negata. In questi elementi ci sembra di poter riconoscere l’autentica dimensione letteraria di un testo che con una certa facilità avrebbe potuto scivolare nel cliché di un affettuoso e nostalgico ricordo di tempi e luoghi lontani.
 
Marcella Felici

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