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25/11/2012

Il Corriere di Siena: Un fanciullino diverso dai vecchi libri scolastici. Intervista a Luigi Oliveto

Siena (Il Corriere di Siena) Non un libro celebrativo e neanche delle pagine di mera critica letteraria. Non un volume scolastico e neppure una raccolta di opere. Nel limbo dei confini e dei caratteri della tanta letteratura scritta sul poeta de Il Fanciullino, con l’accento di un “diverso” che diventa sinonimo di coinvolgente, con la pulizia lessicale e la capacità narrativa che lo contraddistingue, Luigi Oliveto ha scritto “Giovanni Pascoli. Il poeta delle cose” (una co-edizione Effigi-primamedia). A conclusione dell’anno in cui si celebra il centenario della morte di una delle figure letterarie italiane più discusse del ‘900, un volume che consegna al lettore un colorato affresco del poeta romagnolo. Un libro di taglio divulgativo che intreccia vita e opere per un ritratto a tutto tondo del Pascoli. Proprio come vita vissuta e arte letteraria si sono intrecciate fino ad un legame indissolubile in quei versi, in quelle parole, in quelle figure e in quella poetica che hanno tramandato a noi l’autore delle Myricae. Lungo quell’equilibrio che cammina in un filo sottile bilanciandosi sapientemente tra mondo interiore, mondo contemplativo, capacità di leggere l’esterno e incapacità di saperlo assimilare. Un filo sottile che giunge fino all’arte di rendere semplice e affascinante qualcosa che altri hanno visto o raccontato come banale.
 
Come ha deciso di scrivere questo libro?
“Ho voluto togliere Pascoli dal polveroso ripostiglio dove lo hanno relegato i nostri ricordi scolastici, il buonismo che per suo tramite ci veniva – certo, in buona fede – somministrato dalle maestre, quei testi poetici imparati a memoria ma, per ovvie ragioni, a mala pena capiti fino in fondo.
Mai, come nel caso del Pascoli, il nesso tra biografia e bibliografia è inscindibile. E’ noto, infatti, che le drammatiche vicende familiari che lo videro coinvolto (l’uccisione del padre in quel drammatico 10 agosto 1867: “San Lorenzo, io lo so perché tanto / di stelle per l'aria tranquilla / arde e cade, perché si gran pianto / nel concavo cielo sfavilla”) segnarono in maniera indelebile un’esistenza e un universo poetico.
Possiamo dire che il trauma di quella morte violenta (la dispersione della famiglia, la distruzione del “nido”) tenne per sempre sotto ‘ricatto’ Giovanni negandogli una vita ‘normale’. Fu come se quella fucilata avesse colpito lui bambino, fermandone la crescita, espropriandogli il futuro, condannandolo a un unico e obbligato pensiero il cui patimento cercò di risolvere in consolazione per sé e per pochi altri. Visse, di fatto, con il perenne ricatto di un lutto che non poteva ammettere la felicità. Forse non a caso teorizzò la poetica cosiddetta ‘del fanciullino’, ovvero l’idea di una poesia fondata sull’intuizione e non sul ragionamento. Alla maniera, appunto, di un fanciullino, metafora nella quale confluiscono il valore conoscitivo, il linguaggio, la moralità della poesia.
 
Perché “il poeta delle cose”?
“Perché nella poesia pascoliana predomina la contemplazione malinconica della natura, lo sguardo su cose e personaggi ‘umili’ che per il poeta divengono chiavi interpretative della propria interiorità.
E’ dunque la vita semplice (si leggano ad esempio i Nuovi poemetti) che viene eletta ad epica. Paesaggi, dialoghi, atteggiamenti, lacerti d’esistenza (dove letizia e dolore hanno uno scarto davvero ridotto) sono assunti dal poeta nella sua compassione verso i comuni destini e soprattutto verso quelli degli umili”.
 
Poesia della tristezza e della “sfiga”?
“Diciamo poesia della mestizia, quasi interamente consacrata alla memoria, all’elegia, al culto dei morti; e, quindi, consolatoria, chiamata di continuo a fare giustizia di un tremendo torto subìto dalla vita; rifugio idilliaco nella natura da preferirsi a quello della storia e delle relazioni umane. C’è un’insistenza dei ricordi, soprattutto dei lutti domestici e delle angosce che essi hanno provocato. Da ciò il tema del mistero e dell’ingiusto soffrire degli uomini”.
 
Un universo, quello pascoliano, molto chiuso e autoreferenziale come molta critica letteraria ha sottolineato?
“Credo esista un testo da questo punto di vista inequivocabile. E’ la poesia in cui Pascoli fa riferimento al suo rifugio domestico di Castelvecchio («Nel mio cantuccio d’ombra romita / lascia ch’io pianga su la mia vita!...»), eletto a luogo privilegiato per alleviare il proprio dolore. Universo conchiuso di cose buone e innocenti. Oltre c’è la vastità, l’inconoscibile, il mistero del male. Con atteggiamento antitetico al Leopardi de L’infinito, il poeta di Castelvecchio ripara in orizzonti magari angusti, ma più sicuri. Ben venga così anche una provvidenziale Nebbia (è questo il titolo della poesia in questione) alla quale viene raccomandato: «… Nascondi le cose lontane, / nascondimi quello ch’è morto! / Ch’io veda soltanto la siepe / dell’orto…»”.
 
Nel sottilissimo confine tra semplicità e banalità…
“C’è voluto un po’ di tempo, prima che la critica pascoliana, divisa su opposti schieramenti, riuscisse a rasserenarsi per giungere a un giudizio obiettivo su una ricerca poetica eterogenea e molto più difficile – per contenuto e forma – di quanto apparisse. E’ vero che ci troviamo dinanzi a un linguaggio antiletterario, immediato, talvolta imprevedibile, frammentato, ‘impressionistico’, che sfrutta la sonorità delle parole; messo a servizio di versi che, per quanto tormentati nel loro significato, rifuggono da costruzioni complesse. Ma è anche una poesia di notevole sperimentazione linguistica in cui si alternano con disinvoltura i campi lessicali più disparati (lingua e dialetto), il ricorso all’onomatopea, all’uso dell’allitterazione, di rime e assonanze.

Insomma, alla fine si è giunti alla conclusione che la poesia di Pascoli va posta alle radici del Novecento poetico (Pasolini) o, se preferiamo (è l’idea di Sanguineti) a definitiva chiusura di un’epoca, o, ancora (secondo Luzi) sul crinale in cui «il linguaggio morale cede il posto a un linguaggio più eccentrico, affettivo e imitativo» e da dove si intravede «un mondo che possa trovare nel poeta le parole per esprimersi senza pagargli nessun tributo di servitù»”.
 
Cristian Lamorte

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